POST-AVANGUARDIA

Dal volume POST-AVANGUARDIA. Presentazione critica di Paolo Levi.

I lavori di Verena D'Alessandro descrivono le inquietanti inquadrature di un paesaggio urbano contemporaneo. L'artista presenta scorci delle aree metropolitane più problematiche dal punto di vista del degrado: periferie plumbee dalle tonalità fosche, scenari attraversati da rotaie e tralicci elettrici, popolati da viadotti, gru e complessi industriali. Le immagini che sortiscono dalla sua sapiente esecuzione segnica e cromatica, sono costruite su un impianto solo apparentemente realistico, che si svincola dall'attinenza a una visione oggettiva, per dare spazio a una visionarieta’ densa di avvertimenti. Avendo perso il suo statuto di habitat ,la città - per altro spesso riconoscibile in certi scorci famigliari - si rivela come un non-luogo ostile, come utopia negativa. Le tonalita’ dominanti sono grigi brumosi, neri profondi appena attraversati da tratti bianchi e ocra, dove i chiarori non annunciano luce ma solo freddo notturno. L'artista stende il colore con tratti decisi, dando vita a calibrati giochi di sfumature, di richiami tra i riflessi di cielo e di terra, tra le densita’ e le dissolvenze, tra le forme geometriche degli edifici e gli spazi vuoti di una superficie urbana desolata e desertificata come dopo una catastrofe apocalittica. D'Alessandro porge allo sguardo una realtà straniata comunicando il senso di un'attesa, di una sospensione temporale che ha congelato la vita umana nei silenzio e nell'assenza. Strade e binari cittadini appaiono come inutili orpelli che ricordano i segni residuali e disperanti di un universo concentrazionario. Sono con evidenza emozioni profonde quelle che hanno ispirato questa pittura, e soprattutto interrogativi monologanti, senza risposte, se non la presa d'atto dell'incomunicabilità e della solitudine irrimediabile che comporta il nostro vivere collettivo

Paolo Levi .


  

Suburban Landscapes

Dal catalogo UP/DOWN/TOWN. Presentazione critica di Virginio Patarini.

C'è un che d'inquieto che serpeggia nei quadri di Verena D'Alessandro: un'atmosfera plumbea incombe sui paesaggi dipinti dall'artista romana, sia che si tratti di visioni urbane dove una strada ferrata apre in due schiere di anonimi palazzi e li taglia ferocemente con la sua linea d'ombra, o che si tratti di scorci di campagna dove sbucano dall'erba gialla grandi fienili all'americana e silos in primo piano. Un'aria come di tempesta, di sciagura imminente, aleggia in questi paesaggi desolatamente vuoti. Forse, addirittura, la sciagura e, in qualche modo, imminente. Intrinseca. Promana dai quadri come una sorta di luce endogena. Risuona come una musica sorda di sottofondo, come un basso continuo che insegue stancamente lente, ammalianti melodie in do minore. Oppure tutto è già stato, tutto è già accaduto, e quello a cui assistiamo, quello in cui siamo immersi e quella specie di tempo sospeso, quella sorta di voragine di vuoto e di silenzio che si apre come un abisso dopo un evento irreparabile. Eppure nulla di concreto, di definibile, riconoscibile, campeggia in queste opere che giustifichi tale sensazione strisciante. Certo I'assenza di presenze umane può essere un indizio, un fattore sottilmente perturbante. Ma non può costituire un motivo determinante. E’ una questione, io credo, sottile: di accordi, di vibranti, inquieti rapporti cromatici, di equilibri cangianti tra luci e ombre, d'improvvisi balenii, di riverberi appena accennati, ma inaspettati. E del tono generale. Di un certo 'non so che', che se poi si sapesse che è, non si chiamerebbe 'non so che'. La metafora musicale ci può venire in soccorso: immaginate una melodia gioiosa, squillante, e poi girate quella melodia, la stessa melodia, in chiave minore: gli stessi accordi, la stessa successione di note cambia completamente di senso e provoca diversissime sensazioni. Ecco, quadri di Verena D'Alessandro ci raccontano I'epopea di un paesaggio contemporaneo in do minore.

Virgilio Patarini.


   Aprile 2001

MUTAMENTI SUBURBANI

Mutamenti suburbani: questa mostra, interamente dedicata alla città, (l'autrice vi espone una quindicina di dipinti di dimensioni mediograndi, eseguiti nell'ultimo anno), ben documenta il filone tematico praticato ultimamente da Verena D'Alessandro.
Posta in questi termini, la scelta appare di quelle quasi scontate, vista la fortuna di cui gode attualmente il tema urbano, specie presso i giovani pittori d'immagine. Del resto è assai comprensibile l'aspirazione di un artista a confrontarsi con il contesto fisico-geografico in cui si svolge la propria vicenda esistenziale.
Ma, cominciando ad esaminare con maggiore attenzione i quadri della nostra pittrice, individueremo subìto delle scelte più caratterizzanti. Innanzitutto, ad interessare D'Alessandro non è affatto la città storica, opzione che, in un Paese come l'Italia, ricchissimo dí testimonianze strepitose frutto di una grande civiltà costruttiva, non è affatto scontata e possiede quindi un chiaro significato selettivo.
Vedremo pure che a richiamare la sua curiosità non sono neppure le architetture novecentesche con la loro rigorosa semplificazione dei volumi edilizi, che caratterizzano il volto di tanti contesti di semicentro, e hanno felicemente avocato l'attenzione di alcuni suoi colleghi.
In questi quadri, sono proprio gli scenari contemporanei a tenere banco; e anche i più problematici dal punto di vista formale, i più compromessi da quello urbanistico. Ambiti territoriali fattisi ormai, per così dire, anfibi in una devastazione "a macchia di leopardo": molto spesso, non più campagna e non ancora città. Luoghi dove si protendono perentori viadotti e strade di scorrimento veloce, dove sorgono insediamenti di edilizia intensiva, ipermercati, stazioni di servizio e fast food; lungo i quali si distende la trama speculare delle rotaie dei treni e dei fili dell'elettrificazione.
Ci si può interrogare sulle motivazioni di questa scelta: sarà forse il desiderio di evitare ogni tentazione di maniera e di accostare la contemporaneità su un versante fortemente espressivo; o forse il piacere, che la pittura può offrire, di portare l'ordine dell'arte in un contesto effettuale di disordine e disarmonia; o magari ancora l'ebbrezza di discendenza futurista della città che sale. Di sicuro, la pittrice accosta questa tematica con attitudine non comune: nonostante essa sia fotografa, non si serve del mezzo fotografico per fissare in forma documentaria le inquadrature prescelte, da rielaborare poi a studio, in modo più o meno fedele, più o meno depurate di particolari accessori e ritenuti pleonastici; ovvero, al contrario, da affidare ad una restituzione minuziosa e alquanto raggelante, magari congruente con una poetica iperrealista. Verena D'Alessandro dipinge invece inquadrature fantastiche: i suoi margini metropolitani sono in tutto simili a quelli in cui possiamo imbatterci ogni giorno, attraversando - poniamo - la periferia romana, eppure sono dei non luoghi, delle u-topie. In realtà, questa dimensione immaginaria è serrata stretta dalla realtà fenomenica; condizionata fortemente dalla memoria visiva e dalle innumerevoli immagini di periferia proposteci dai mezzi di comunicazione di massa (non a caso, il nostro è il tempo del bombardamento mediatico dell'immagine, circostanza da cui non è più lecito prescindere). Una dimensione fantastica, da D'Alessandro certo più paventata che agognata, basti pensare alle atmosfere cupe e drammatiche in cui la pittrice quasi sempre ambienta le sue inquadrature (si guardino tele come Tempo nero sull'autostrada, Strada fuori città, Incrocio extraurbano).
L'attitudine che ha ispirato questi dipinti (e lo stesso titolo scelto per la mostra) sembrano quasi avere il sapore di un manuale di sociologia urbana, di un trattato sui processi di trasformazione della città. Impressione rafforzata dalla circostanza che l'artista è stata a lungo docente universitario in una disciplina sociologica.
Ma non ci si lasci fuorviare: D'Alessandro è, quanto meno in questi quadri, perentoriamente pittrice. Stende il colore mediante la spatola con abilità e decisione. Per non attenuare la forza delle sue inquadrature, le lascia deserte, senza spazio per persone e automobili (una scelta, quest'ultima assai meno sorprendente di quanto potrebbe apparire a prima vista, se si pensa che quell'autentico manifesto programmatico della città moderna che sono le celebri assonometrie di Antonio Sant'Elia prescindono anch'esse dalla presenza di uomini e automezzi), ottenendo un effetto straniante, di attesa e di sospensione. In certi casi (Incrocio extraurbano, Strada fuori città, Strade di raccordo) le nubi che gravano il cielo sembrano quasi riflettersi in certe vaste abrasioni biancastre che aggrediscono il suolo; effetti che appartengono non al registro della resa naturalistica, ma a quello del coinvolgimento psicologico dell'artista e dell'osservatore.

Carlo Fabrizio Carli


   Gennaio 2008

LA METAMORFOSI URBANA

Come cercare di dimostrare l'inutilità di organizzare, di teorizzare la città per un artista? I problemi si presentano ogni volta sotto forme diverse, perciò è difficile cercare di mettere ordine, ma soprattutto è inutile. La città nella sua complessità è molto più interessante: la vita è senz'altro maggiore dove c'è i! caos. È l'intervento degli abitanti che fa il centro abitato, l'ordine è solo una minima parte e non spetta di certo all'artista il compito di stabilirlo né tantomeno di farlo rispettare. È la miscela tra caos e ordine. che fa la metropoli, trovare le giuste quantità tra questi due elementi è indispensabile. Sono queste le costanti che emergono in tutti i dipinti di Verena D'Alessandro oltre alla preoccupazione su qual è il destino delle città e qual è dunque il ruolo dell'artista. Il problema dell'arte non sono le facciate, non è la forma, è la vita, è la città che si trasforma, che si modifica col mutare delle abitudini dei cittadini:
Anche la presenza del sogno è importante, ma in quale modo si riesce a far sognare la gente? Forse narrando delle storie, utilizzando delle immagini, la figurazione non è forse il modo più efficace di parlare alla gente? Ci sono delle conflittualità nelle società, nelle metropoli, tanto vale prenderne atto e lavorare con i materiali che si hanno a disposizione, un po' come faceva Venturi negli anni '60, quando invece di rifiutare la Strep di Las Vegas, cercava di spiegarsi il senso che aveva. È a partire da quello che c'è che si lavora. Sia che si tratti di periferia e di centro, il luogo, il contesto è estremamente importante, così come è importante capire le abitudini e tutto quello che la gente ama nelle città. La città dunque, in tutta la sua complessità, con le sue tensioni, le sue contraddizioni, la sua periferia.
Non ci sono solo cose belle nella realtà; e Verena D'Alessandro ne ha preso atto ed ha saputo rappresentare anche la desolazione delle strade di città: la Periferia. Spalanca davanti a noi uno spazio di solitudine che procura angoscia. Ma forse ci suggerisce anche di accettarla e di vivere in essa con consapevolezza la vita di tutti i giorni.. L'artista ha tradotto in versi il dolore di una strada che non si sa dove vada a finire e ne ha fatto la metafora della solitudine dell'uomo. Ha fissato icasticamente nei suoi quadri la stanchezza dell'uomo che non sa più dialogare; ha raffigurato ossessivamente nelle sue tele l'angoscia dell'incomunicabilità. Il paradosso è che in questi quadri, gli edifici, gli sfondi, i particolari contano più dei personaggi – che sono assenti – , perché nella loro inerzia tendono a confondersi con essi, a diventare cose, e quindi scompaiono. Mentre invece le cose, gli edifici, si animano, acquistano una vita propria, sollecitano le nostre riflessioni, ci chiedono attenzione e ci lanciano messaggi criptici. Sta a noi leggerli ed interpretarli correttamente.
La città di Verena D'Alessandro, vuota, offre una visione deserta e straniata della realtà. Le imponenti vedute coniugano passato e presente in una trasfigurazione mitica. La città forse sognata sembra un sito archeologico, oppure una mappa da percorrere con la fantasia, mantiene l'enigma della presenza di edifici industriali dismessi così come gli edifici sovrastanti costringono lo sguardo ad un percorso angusto ed asfissiante. L'assenza dell'uomo ci lascia tuttavia nell'incertezza a riflettere se in queste scene l'artista abbia voluto davvero evocare una realtà dell'oggi, oppure introdurci, nostro malgrado, dentro ad un sogno ad occhi aperti che può suggerirci tante vie di fuga per risolvere la nostra esistenza.
Pur escludendo che l'artista vuole trasferire sulle tele le sue premonizioni sui destini dell'umanità, i suoi quadri, anche soltanto dal punto di vista estetico, rimangono creazioni di valore nelle quali la pittrice più o meno consciamente ha ttasfuso una pluralità di significati.
Ognuno di questi moderni "capricci" sembra scaturire dall'altro e racchiudere dentro di sé il prossimo. E non è davvero un fatto di temi. È semplicemente una questione di pittura, di colore, di densità e dissolvenza, di pennellata che non si cura di occultare i suoi andamenti, anzi sembra volerli enfatizzare. Sono cose che legano, che tengono insieme. Ci sono prevalentemente gialli, ocra, grigi, neri, un po' di celesti, sempre leggeri. E bianchi naturalmente. Ogni angolo riflette la luce che penetra dai cieli, spesso coperti, e definisce le distanze, la profondità delle fitte composizioni d'immagini sovrapposte, che entrano le une nelle altre. Alle spalle dei blocchi edilizi ve ne sono altri che costituiscono la scena metropolitana. Scenari silenziosi e solitari, sottilmente stranianti, sospensivi, infine misteriosi, costituiscono ingredienti immancabili nelle tele di Verena D'Alessandro. Queste attese cósì ricche di tensione sono espresse con un'intensità tale da rapire lo spettatore.
L'artista non ha rappresentato una città secondo i canoni tradizionali, non ha giocato Con i contrasti cromatici, né ha optato per un'univocità semantica, eppure senza alcuna retorica ha saputo evocare un monito, in maniera assolutamente originale.
Queste visioni ci richiama alla mente, inevitabilmente, l'enigma metafisico delle piazze di Giorgio de Chirico e ci porta a concludere il nostro percorso proprio evocando quelle stesse sensazioni introdotte nell'arte quasi un secolo fa. De Chirico ha colto il rinnovamento profondo introdotto nell'arte internazionale del Novecento mantenendo un ruolo di primaria importanza. Non c'è dubbio che in lui si possono sintetizzare le qualità del visionario, ed anche del primitivo, inteso appunto come colui che ricerca alle fonti della cultura e della propria origine quella indispensabile per elaborare un'arte nuova e originale.
Verena D'Alessandro esprime una sospensione equilibrata e discreta, lavora chiusa nello studio, insegue le proprie idee, il pensiero creativo ed i propri sogni: ha ideato queste sue tele come una spontanea sequenza, come tanti fotogrammi che si susseguono gli uni agli altri sulla pellicola impressionata della mente. Ciascuno di essi, a ben vedere, racchiude, dietro l'immagine, gli elementi di una narrazione che spetta all'osservatore, in un ideale rapporto di complicità con la pittrice, di decifrare e risolvere: la metamorfosi urbana.

  Roberto Savi

  Gennaio 2007

METAFORE DEL POSTMODERNO

I soggetti prediletti da Verena D'Alessandro so no catturati dal mondo reale ma non sono realistici. Persone che transitano, stanno, leggo­no, siedono, camminano sole o con altre: ad uno sguardo superficiale potrebbero evocare un'im­magine tranquillizzante e consuetudinaria della società. Ma è un'illusione: sotto una visione vo­lutamente impressionistica ed una stesura pitto­rica veloce data perlopiù a larghi colpi di spato­la, si cela una descrizione fortemente critica del vivere contemporaneo.
Dalle diverse scene raffigurate traspare un tema ricorrente: la serialità e l'omologazione delle mo­de e degli stili di vita quotidiani. Le Metafore so­no così icone visive che intrecciano sguardo e memoria e che raffigurano e cristallizzano em­blematicamente alcuni tipici aspetti moderni. Le immagini e i titoli dati alle opere sono spesso po­lisemici ed è con questa ambiguità che la pittrice gioca; dal loro accostamente emerge un amaro umorismo ed un'ironia temperante, dovuta forse alle due anime dell'artista, quella mitteleuropea e quella mediterranea, in ribollente miscuglio. Da questa duplice appartenenza crediamo nasca non solo la poetica ma anche il peculiare stile pittorico della D'Alessandro: talvolta aggressive spatolate stese con sicurezza su tela e tavola ed una caparbia cura di alcuni particolari apparen­temente insignificanti, lasciati ad una visione spesso, più che sensorialmente percepita, allusi­va e subliminare.
Evidenti e ben metabolizzate le radici fotografi­che dell'autrice: una felice 'deformazione profes­sionale' che le consente di comporre con abilità spazi e ritmi, forme e vuoti, linee di fuga e primi piani, spesso ripresi da punti di vista inconsueti. Così nel quadro Movimento nascente il giova­ne controtendenza con i capelli al vento che spic­ca dalla folla uniforme, è deliberatamente il solo elemento nitido in tutto il quadro: un curioso ed efficace effetto simile alla ripresa con teleobiet­tivo a specchio dalla messa a fuoco fortemente selettiva. O come nella tela All'alba e al tra­monto dove le sagome dei passeggeri del tram -unici elementi in controluce - sono ritratte come ombre e vaghe presenze, quasi fossero, più che persone, anime erranti. E ancora, nel dipinto Folla solitaria dove la D'Alessandro percuote, più che dipinge, la tela con nervose stesure di spatola creando un popolo di figure in transito, immerse in un'inquietante atmosfera grigioghiac­cio di uno di quei tanti non-luoghi metropolita­ni.
Curiosi e suggestivi, dicevamo, anche i punti di vista con cui sono ritratti alcuni soggetti. Nella grande tela a dittico Multipli il codice della mo­da giovanile - jeans e scarpe da joggin' - viene proposto attraverso un' inquadratura dall'alto che ricorda certe fotografie pubblicitarie e dove la dinamica del branco è efficacemente raffigurata attraverso una sorta di linguaggio cinesico dei piedi. O nella veduta aerea di una città virtuale, Playstation City, ritratta al crepuscolo nelle sue prime luci innaturali, come se fosse una Las Vegas da videogioco che si sta accendendo e im­mergendo nella vita notturna.
Vi è il rischio, per un artista, di cadere nella ba­nalità confrontandosi con i simulacri della mo­dernità, abbondantemente proposti a partire dalla Pop-Art e dall'Iperrealismo, ma la D'Alessandro ha una poetica tutta sua: più allu­siva ed enigmatica sul piano comunicativo e più di atmosfera ed interpretata sul piano espressivo. I protagonisti della sua opera sono sempre figure-in-azione, estratte e divelte con forza dal­le fugaci sequenze della visione quotidiana, vo­lutamente distanziate da una rappresentazione "più vera del vero" e trasfigurate in una annota­zione, quasi si trattasse di pagine di un taccuino di appunti su alcune categorie del vivere contem­poraneo, filtrate da uno sguardo e da un'impron­ta stilistica fortemente personali.

Giuseppina Ciuffreda

Maggio 2003

Consonanze

testo di Guido Calonghi

Proveniente dall'esperienza fotografica,
Verena D'Alessandro ha raffigurato pittoricamente vari musicisti nel pieno della loro azione. Aiutata da questo mezzo espressivo, che le ha permesso di fermare idealmente l'azione del suonare nel suo più vero significato, la D'Alessandro con la mo­stra Consonanze ha compiuto un inconsue­to "réportage pittorico" paradossalmente più fedele di quanto avrebbe potuto fare con un apparecchio fotografi­co che musicisti ripresi dal vivo li cristallizza, li immobilizza rubandone dinamicità e spontaneità. La dozzina di quadri nel­l'elegante e discreta gal­leria Le Opere(*), sono un'antologia di perso­naggi legati al mondo della musica classica, jazz, blues. Un'antologia che è anche un gesto d'omaggio ad una delle più nobili attività dell'uo­mo, cioè il fare musica, riconoscendone implici­tamente ben altra funzio­ne che l'intrattenimento ma addirittura - lo si evince dalla cura con la quale le figure dei musicisti sono state descritte - un potere catarti­co, facitore di sogni e di pace dell'anima. Lo conferma il titolo stesso della mostra, appunto Consonanze, nel quale il suono non è elemento secondario ma presenza compartecipante, e pregnante l'opera.
Opponendosi alla riduttiva concezione greca poi cristiano-medioevale e quindi rinasci­mentale secondo la quale la musica era nien­t'altro che techné, cioè abilità manuale, e i musicisti "manovali delle note", Verena D'Alessandro `li vede come uomini comuni che il suonare nobilita e trasfigura. Consapevoli come sono che nel momento in cui fanno musica diventano simili a Dio -in quanto creatori - prima di rientrare nella normalità quotidiana.
Peculiare il gusto compositivo, sentito dall'Autrice come maniera di vedere la realtà ordinandola e seguendo un'esigenza di ritmo e cadenza spaziale. In ciò evidente l'in­flusso del suo primo interesse, la fotografia, nella quale l'immagine non è disgiunta dalla composizione e dal taglio, e la sezione aurea tanto cara ai maestri rinascimentali riceve il massimo rispetto. I colori sono complemen­tari alla descrizione: un cromatismo pieno, vigoroso, passionalmente manifesto per restituire il pathos della musica. Colori mai puri, dati con la sicurezza della spatola ma anche con il cesello delicato e puntiglioso del pennellino che scava nei particolari resti­tuendoci minuzie precise e non pedanti.
Questo pathos lo ritroviamo intatto nei musicisti.
Che dire della nobile solitudine del Suonatore di cornetta? Raccolto sul suo strumento di ottone, gli occhi semichiusi in assoluta concentrazione, l'Autrice ne ha compiutamente raffigurata la fine negritudi­ne nei capelli crespi e nelle bozze frontali ma si è soffermata nella descrizione delle mani che spingono i pistoni dello strumento e il biancore delle nocche ne rivela l'empito trat­tenuto e lo sforzo dosato. Lo stesso potrem­mo dire del Batterista su fondo rosso del quale Verena D'Alessandro ha tralasciato ciò che per lei non era significativo, vale a dire i lineamenti del viso, ed ha invece pola­rizzato l'attenzione sul vibrare potente e rapido delle nervose mani-bacchette, le vere protagoniste del quadro, scegliendo di raffi­gurarle in un bello e dinamico moto, che sarebbe piaciuto a •futuristi come Balla o Boccioni.
Il Violinista è archetipico, compendia tutte le caratteristiche che comunemente vengono attribuite ad un suonatore di questo capriccioso stru­mento: viso sottile e tratti delicati, labbra strette nella concentrazione, sguardo a fuoco su una partitura inesistente ma scorrente nella memoria. Il quadro Dance-party nel suo caldo blu crepuscola­re per il suo inconsueto punto di ripresa ci porta alla mente Edward Hopper (quello dei celebri Nottambuli). L'umanità colta all'ultimo piano di un grattacielo sta ballan­do, chiacchierando e cor­teggiandosi in una luce gialla: tutt'attorno la città indifferente.
Nel Chitarrista "resofo­nico" ci pare che la D'Alessandro abbia rac­chiuso il meglio di questa esposizione: scru­tiamo il viso orgoglioso e doloroso del blue­sman, cappello buttato sulla nuca, viso sfat­to ma occhi vivissimi e neri, quasi febbrici­tanti, persi ad inseguire un sogno di impos­sibile evasione dai "diavoli del blues". Ma subito l'attenzione viene attirata sulla chitar­ra, una splendida resofonica, cioè una chi­tarra con risuonatore centrale, lo strumento vero dei bluesmen veri, della quale una scar­na, nervosa, sensibile, mano, enorme come per effetto di obiettivo grandangolare, pizzi­ca le corde.

Gennaio 2001

 
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